Associazione Nazionale Magistrati - Comunicati

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18/10/2013  - Comunicato della Giunta ANM, in relazione alle dichiarazioni del Procuratore Aggiunto di Palermo, a margine della sentenza nei confronti di un noto esponente dell’Arma dei Carabinieri
Il rispetto per le sentenze costituisce espressione di un principio al quale sono chiamati ad informarsi innanzitutto proprio i Magistrati di ogni ordine e grado.

Il rispetto per il Giudice ne costituisce ineludibile corollario, presidiato tra l’altro dall’art. 1 dello Statuto dell’Associazione Nazionale tra i Magistrati Italiani, che prevede appunto, tra gli scopi dell’Associazione stessa, quello di tutelare gli interessi morali dei magistrati, nonché il prestigio ed il rispetto della funzione giudiziaria che sono ai primi intimamente connessi.

Le recenti dichiarazioni rilasciate dal Procuratore Aggiunto di Palermo, in occasione di una conferenza stampa, a commento di una sentenza pronunciata dalla quarta sezione penale del Tribunale di Palermo in esito ad un delicato e complesso processo svoltosi nei confronti di un noto ufficiale dell’Arma dei Carabinieri, lasciano invero assai perplessi circa il metodo utilizzato per sviluppare la critica della decisione.
La Pubblica Accusa ha facoltà di proporre impugnazione e di illustrare nell'atto d'appello tutte le argomentazioni utili a dimostrare la fondatezza della tesi accusatoria e, per converso, la illogicità delle ricostruzioni in fatto e in diritto operate dal giudice.

E' il processo, per un magistrato dell’Ufficio del Pubblico Ministero, l'unica sede deputata per conseguire la riforma della decisione che, comunque, deve essere sempre rispettata.

Appare perciò evidente che la banalizzazione, in sede mediatica, della sentenza non condivisa, rischia di delegittimare agli occhi dell'opinione pubblica il sistema giudiziario nel suo complesso, adombrando l'opinione che la decisione sia il frutto di una visione quantomeno strampalata delle emergenze processuali.
Ed una polemica così aspra, innescata in una materia così delicata, produce all'esterno la sgradevole ed infondata sensazione che il processo penale costituisca terreno di scontro tra il giudice ed il pubblico ministero, anziché fisiologico luogo di verifica del materiale probatorio ritualmente offerto dalle parti, con il risultato di screditare nella specie le enormi energie che il Pubblico Ministero ed i Giudici hanno compiuto, animati dallo sforzo comune di ricostruire un periodo buio della nostra storia e di accertare la fondatezza delle ipotesi delittuose formulate nei confronti degli imputati.

Non è un caso che nell’articolo del quotidiano on line “antimafia 2000”, traendo esplicitamente spunto dall’intervista in questione, si definisca la sentenza come una vera e propria <>, additando i componenti del collegio, riprodotti nella fotografia, al pubblico ludibrio, biasimandoli con l’espressione “vergogna”, e si concluda sottolineando che la sentenza di assoluzione costituisce dimostrazione della persistenza del cosiddetto patto “Stato-mafia”, con ciò insinuando che l’assoluzione sia il frutto di una collusione dei magistrati con i poteri forti che il processo si proponeva di perseguire.

Per questo occorre oggi dare atto ai Giudici di quel collegio, che godono di prestigio unanime in ambiente giudiziario, dell'infaticabile impegno profuso nel processo e dell’assoluta ed incontestabile onestà intellettuale che li ha portati a pronunziare quella sentenza.

Riconoscimento che va espresso anche da parte di chi, come il Pubblico Ministero, legittimamente non condivide la decisione di merito.

Il Presidente, Andrea Genna

Il segretario, Giovanni D'Antoni